venerdì 9 giugno 2023

Bestie del 900


Nel novembre del 1951 l’editore Vallecchi di Firenze pubblica in prima edizione Bestie del 900. Il libro è una raccolta di 12 racconti di Aldo Palazzeschi, correlata da un ricco contributo illustrativo: accompagnano i testi 46 immagini di Mino Milani, di cui 17 in bianco e nero. Nel risvolto della sovraccoperta un ritratto inciso e in bianco e nero di Palazzeschi suona come richiamo e avvertimento: “Lasciatemi divertire”, dice. Come nel titolo del suo componimento poetico più noto, la canzonetta che ognuno di noi gli associa. Il tono del libro è fissato quindi in due parole, e mantenuto, nel testo come nelle immagini, per tutto il libro. 


Alla parodia ironica sulla confusione uomini/animali, rintracciabile fin dal medioevo, Palazzeschi conferisce un carattere moderno, proponendo una visione sarcastica della contemporaneità. Vicende assurde e grottesche mescolano azioni e destini di uomini e animali, in situazioni paradossali e spesso ambigue. Col risultato che il ribaltamento di ruoli, di punti di vista, di logiche, porta il lettore a dubitare della saldezza del proprio giudizio. Chi è la bestia? Chi è l’umano? E ancora (e soprattutto) davvero l’autore si è voluto fermare al puro divertimento? L’ambiguità del gioco ha fatto spesso pensare ad un sotterraneo parlar nascosto, dove la stranezza e l’ironia permettono di nascondere contenuti meno leggeri e futili. Non è solo divertimento, infatti, quando agli animali si presta il dilemma dell’apparire, della finzione per convenienza e adeguamento agli schemi sociali (nel racconto del vecchio leone vegetariano) o l’odio represso del debole (nella storia d’apertura con la gallina ovaiola che cova uova e odio per la propria padrona-massaia).


Di sicuro il lettore è sconcertato, perché Palazzeschi non tiene sempre lo stesso sguardo, non prende solo un partito, ma si sposta, sottolinea con ironia affinità e diversità tra uomini e animali, mescola le carte, dà una visione complessa delle situazioni. Dialettica e ambigua, a volte paradossale e inaspettata, ciò che viene rappresentata è semplicemente la vita, in tutta la sua complessità e contraddizione.




Mino Maccari rileva e trasporta nelle immagini la stessa ironia e forza immaginifica. I contrasti, le sorprese e le sfasature dei racconti, vengono tradotti in incisioni su linoleum con segno immediato, a volte riassuntivo a volte più descrittivo, che si avvale di tutte le peculiarità della tecnica. Nelle tavole a colori Maccari lavora a più matrici, usando il fuorisquadra, lasciando qui piccoli sprazzi di bianco, coprendo là porzioni più ampie con irregolari macchie in à-plat, ma poi anche sovrapponendo o trattando la materia con scavi più consistenti, componendo figure o intere porzioni con risultanti di linee sottili, tratteggi incrociati, texture più complesse.  



La scelta cromatica è ardita: i colori sono squillanti e spesso accostati con discromie e abbinamenti sorprendenti, tonici e luminosi. Il risultato è di estrema libertà, giocosità e vivacità. La lezione fauve è compiuta, i Nabis sono alleggeriti dallo spirituale e la veemenza espressionista ha perso il suo carattere denunciatorio più violento ed esasperato.

Pesci, farfalle, cani, formiche, leoni, coccodrilli e pappagalli sfilano accanto agli esseri umani in dodici quadretti pieni di sarcasmo e vivace confusione. Ma la confusione più profonda è quella che proviamo dal senso stravolto di ogni avvenimento, che a volte viene addirittura capovolto, non per fini moraleggianti o di denuncia, ma con sarcasmo e leggero disincanto. La favola delle formiche e delle farfalle potrebbe allora diventare il simbolo dell’intera raccolta: la disputa tra gli insetti tra chi abbia un migliore e più stimabile stile di vita, pare propendere per la leggerezza e la libertà delle farfalle?



martedì 23 maggio 2023

Il sette di Awand

É ancora in libreria il nuovo numero di Awand, il settimo della rivista, con un mio doppio contributo: l'intervista a Maurizio Olivotto (come approfondimento ai libri d'artista) e un pezzo sui libri d'artista di Jen Bervin ispirati agli appunti effimeri e al mondo poetico di Emily Dickinson. Buona lettura.


sabato 20 maggio 2023

Nuova tiratura limitata


Tiratura ultimata per i 20 esemplari della mia Piccola botanica tascabile, libro d'artista di 11x20 cm su carta di riso e copertina in Graphia Magnani, realizzato a monotipo e rilegato a mano alla giapponese. Qui potete vedere altri dettagli. Per informazioni su prezzi e modalità di spedizione mandatemi una mail qui.





giovedì 11 maggio 2023

Prochainement// Prossimamente

Quelques petits détails du nouvel album qui sortira à l'automne chez Les éditions des éléphants. Nouvelle aventure partagée avec Didier Lévy, pour une histoire où il sera question du Grand Nord, d'ours blancs et de importance de suivre et croire à ses passions, et de l'amour fort, celui qui comprend tout.

Qualche piccolo dettaglio del nuovo albo, che uscirà in autunno con Les éditions des éléphants. Una nuova avventura condivisa con Didier Lévy, dove si parlerà di Grande Nord, di orsi bianchi e dell'importanza di seguire e credere nelle proprie passioni, e dell'amore forte, quello che tutto comprende.



lunedì 24 aprile 2023

Workshop all'Accademia di Belle Arti di Firenze


In codocenza con Maurizio Olivotto, si è appena concluso il nostro workshop con gli studenti dell'Accademia di Belle Arti di Firenze. La serie di incontri, realizzati nel corso di due settimane, sono stati ospitati da Serena Conti, docente di grafica e tecniche dell'incisione calcografica dell'Accademia fiorentina, all'interno del proprio corso. Belle giornate di confronto, stimolo e lavoro sul tema del libro d'artista, declinato nella doppia possibilità di multiplo d'arte o pezzo unico. E con uno sguardo, tutt'altro che marginale, verso l'editoria tradizionale, per dare una doppia possibilità a progetti che dall'autoproduzione possono diventare libri pubblicati e diffusi in modo tradizionale.


Molte le tecniche, i supporti e gli approcci sperimentati, sul tema comune dell'albero. Per capire facendo come costruire sequenze immagini, figurative o concettuali, declinando formati, materiali e mezzi espressivi. Nello sforzo di provare a superare ciò che si sa già, e vedere le cose da punti di vista inconsueti e nuovi. Con la finalità di produrre a fine corso un prototipo convincente e alcune pagine definitive. Un esercizio molto impegnativo e stimolante e una bella esperienza di condivisione, tra chi coltiva la passione della manualità dell'arte e cerca di farne sostanza per la propria crescita professionale e individuale.


sabato 4 febbraio 2023

Rabbit Year

 BUON ANNO DEL CONIGLIO 
(già con un occhio al Carnevale...)

sabato 31 dicembre 2022

Melancholia contemporanea


Saluto l'anno vecchio con un nuovo numero della rivista Awand, fresca di stampa. Con un mio nuovo articolo per la rubrica "Libro d'artista", dedicata a
Quadrato quasi quasi magico di Roberto Piloni. Un'interpretazione inaspettata della Melancholia I di Durer.




martedì 29 novembre 2022

Petit Carnet de Montréal

De retour de mon voyage au Québec, pour le Salon du livre de Montréal, invitée par l'école MiMaster de Milan et la Bologna Children Book Fair, voici quelques images de la belle aventure, partagée avec Lorenzo Mattotti, Maria Sole Macchia et Sarah Mazzetti.

Di ritorno dal mio viaggio in Quebec, dal Salone del libro di Montreal, invitata dalla scuola di formazione MiMaster di Milano e la Bologna Children Book Fair, ecco qualche immagine della bella avventura, condivisa con Lorenzo Mattotti, Maria Sole Macchia e Sarah Mazzetti.






domenica 6 novembre 2022

Salon du livre de Montreal 2022

Invitée par la Foire du Livre de Bologne, je serai au Survival Corner (géré par l'école d'illustration MiMaster de Milan) au Salon du livre de Montreal dans quelques semaines.

Au programme, un workshop, une portfolio revue et une masterclass. Résérvations disponibles ici.

Un grand honneur et une expérience sans doute merveilleuse m'attend.



lunedì 17 ottobre 2022

AWAND

 


A partire dal numero della rivista AWAND appena uscito nelle librerie, una mia rubrica svilupperà il tema del libro d'artista attraverso il lavoro di artisti contemporanei che si sono misurati col medium. Inizio con Ode di Majakovskij, una tiratura limitata di Valeria Brancaforte che ne firma progetto grafico e xilografie. Nella rubrica si intercaleranno presenza italiana e straniera, proprio per dare uno sguardo il più possibile aperto a questo campo della ricerca artistica. Per informazioni sulla rivista, le sue intenzioni e la sua distribuzione, cliccate qui.

mercoledì 5 ottobre 2022

Duchamp e la Scatola verde





Di tutti i libri d’artista di Marcel Duchamp, la cosiddetta Boîte Verte rimane il più complesso ed enigmatico. Viene chiamata la Scatola verde per la carta color mallo di mandorla che la riveste, ma ha un altro nome: La mariée mise à nu par ses célibataires même, titolo che si legge perforato sul recto del cofanetto. Porta lo stesso titolo del Grande Vetro (ma senza la virgola) perché ne rappresenta tutta la gestazione e il processo creativo. Di quella virgola e di quella parola incongruente (“même”) hanno parlato molto critici e storici dell’arte, per trovarle un senso e una appartenenza. L’unica tuttavia da prendere in considerazione è, secondo la stessa definizione di Duchamp, la sua imprecisione, il fatto che la mancanza di nesso col resto urti e si sottragga alla logica della frase e quindi ad un ipotetico messaggio o spiegazione logica evidenti.

Edita a Parigi nel 1934 dall’editore Rrose Sélavy (lo stesso Duchamp in uno dei suoi travestimenti), la Boîte Verte è un multiplo a tiratura di 320 copie (più un’edizione di lusso di 10 copie con fotografie e un disegno originale) che contiene la riproduzione fedele degli studi preliminari del Grande Vetro. Il cofanetto racchiude 94 documenti, 77 note e schizzi e 17 immagini, riprodotti in collotipia o litografia, raggruppanti il lavoro preparatorio e di studio (dipinti, disegni, progetti, appunti, piccole note) che tra il 1911 e il 1915 Duchamp intraprese per il Grande Vetro. Tutti i pezzi del cofanetto sono riprodotti in modo preciso seguendo gli originali. È lo stesso Duchamp a presiedere alla scelta delle carte, i formati, persino la riproduzione degli strappi e delle piegature che ricopiano pari pari i vecchi documenti sciupati. 


Duchamp in seguito parlerà di come ritrovò casualmente tutto quel materiale in un cassetto, dodici anni dopo avere messo da parte il Grande Vetro (messo da parte, non finito, poiché si tratta di un incompiuto) e di come gli venne l’idea di ricopiarlo e renderlo fruibile. Disse: “Desideravo riprodurli il più esattamente possibile, feci così litografare tutto con lo stesso inchiostro che era stato adoperato per gli originali. Per trovare la carta identica dovetti rovistare tutti i cantucci e i buchi più inverosimili di Parigi. Dovemmo poi ritagliare trecento copie di ogni litografia aiutandoci con i modelli di zinco che seguivano il contorno degli originali”. E interrogato rispetto al grande lavoro che richiese riprodurre tutto il materiale, rispose con nonchalance che effettivamente l’impegno fu enorme, al punto da spingerlo a chiedere aiuto alla sua portinaia.

Ma facciamo un passo indietro. Tra il 1915 e il 1923, dopo una gestazione lunghissima, Marcel Duchamp realizza il Grande Vetro. Pur lasciandola incompiuta, la dichiarerà sempre essere la sua opera maggiore, e diventerà una delle opere più controverse ed enigmatiche del secolo scorso. 



Secondo le affermazioni dello stesso autore, il Grande Vetro doveva mostrare qualcosa di “invisibile ed imprevedibile… qualcosa che non si potesse percepire con gli occhi”. Così, sovvertendo le regole della pittura e della scultura tradizionali, che oramai sostiene gli diano la nausea, Duchamp inizia un lento e copioso studio per un’opera nuova, dove l’ironia e l’erotismo diventino il fulcro e il segreto motivo dell’azione creativa. Che nel Grande Vetro il tema centrale sia erotico, lo afferma lo stesso artista, precisando ironicamente: “In effetti, pensavo che l’unica scusa per fare qualcosa fosse di introdurre l’erotismo nella vita. L’erotismo è vicino alla vita, più vicino della filosofia o di qualunque altra cosa del genere”.

Se un cospicuo lavoro intellettuale accompagna il Grande vetro, a sollevarlo da un’eventuale cupezza o pesantezza ci pensano ironia e casualità, secondo un’attitudine che è insieme cifra e intento propri dell’artista. Il caso e l’ironia vengono accolti con entusiasmo quando il supporto di vetro si fende, per esempio. E ancora ricompaiono e indirizzano tutta la composizione dell’opera, fino alla Boîte verte, dove li ritroviamo nella scelta di non dare un ordine o una numerazione al contenuto: i documenti sono infatti inseriti nel cofanetto casualmente. Per scelta, infatti, non viene suggerita una sequenza che possa aiutare a ricostruire il pensiero che sta dietro al concepimento e al processo creativo del Grande Vetro. Secondo Duchamp è il caso che deve determinare l’ordine e creare eventuali collegamenti tra le cose. Ogni scatola di riproduzioni diventa quindi ironicamente unica. 

 

La mancanza di intellegibilità del titolo (e quanto fosse importante per Duchamp la scelta del titolo è nota) non ci aiuta a districare il mistero dei significati del Grande Vetro, La mariée mise à nu par ses celibataires, même. Il primo scherzo è nel titolo: in francese la parola “même” (stesso/anche) ha pronuncia uguale di “m’aime” (mi ama), che improvvisamente suggerisce un significato diverso, ambiguo. L’opera diventa un racconto, dalla trama complessa e misteriosa, dove i personaggi (la sposa, gli scapoli, i testimoni) agiscono tra strani e incongrui oggetti (setacci, macinatrici di cioccolata, mulini ad acqua, …), che alludono a tensioni erotiche irrisolte e contrastanti, desiderio e repulsione. Il tema è intricato e concettualmente complesso, addirittura senza soluzione, perchè il desiderio per la purezza è irrisolvibile, impossibile da attuare. Qualcuno ci ha visto in filigrana il mito di Diana e Atteone, altri un’analisi delle implicazioni sociali del matrimonio. André Breton ha definito l’opera come “l’interpretazione meccanicistica, cinica, del fenomeno amoroso: il passaggio della donna, dallo stato di verginità allo stato di non-verginità preso come tema di una speculazione fondamentalmente asentimentale”.

 


E torniamo alla Boîte verte. Secondo lo stesso Duchamp, doveva essere consultata guardando il Vetro, per aiutare la sua interpretazione, ma anche per consentirne una lettura diversa, evitare cioè una visione puramente estetica e tradizionale, in particolare “l’aspetto retinico che non mi piace”. Duchamp aveva affermato che “In fin dei conti il vetro non è fatto per essere guardato (con occhi “estetici”); doveva essere accompagnato da un testo di “letteratura”, il più amorfo possibile, che non prese mai forma; i due elementi, vetro per gli occhi e testo per l’orecchio e l’intelletto dovevano completarsi e soprattutto impedirsi l’un l’altro di prendere una forma estetico-plastica o letteraria”.


Viene messo a disposizione delle immagini un corollario fantastico, magico ed esoterico, cui si innesta un altro procedimento, squisitamente dada: il ready made. Ogni parola in Duchamp è un ready made, allo stesso modo in cui anche gli oggetti che mette in scena lo sono. Duchamp cioè trova e usa le parole ridefinendone i significati in contesti fluttuanti, mutevoli e nuovi. In questo modo l’arte assume il potere di raccontare la realtà in modo diverso, e con la modalità cambia anche il concetto di comunicazione e di trasmissione di un pensiero o di un racconto. 



È ancora André Breton il primo a dare una spiegazione della Boîte verte, spingendo però la sua interpretazione verso una forzatura, tutta riferita al surrealismo. È sua la prima recensione del libro d’artista di Duchamp, nella rivista Minotaure del 1935. L’obbiettivo di Breton pare subito quello di estrapolare dal complesso di documenti della Scatola un’interpretazione al Grande Vetro che accomuni l’opera di Duchamp alla poetica surrealista. Le tematiche sono riconducibili è vero a quelle surrealiste (eros e mistero in primis, scardinamento delle logiche tradizionali) ma la Scatola verde nasce con l’obbiettivo di delucidare il Grande Vetro e non di avvolgerlo ancor più nel suo ermetismo, nella sua apparente irrazionalità. Tutta la ricerca di Duchamp (e l’utilizzo del disegno tecnico nel Grande Vetro lo testimonia) vuole sopprimere il gesto dell’artista, togliere sensibilità e interpretazione alla rappresentazione, restituirla nella sua esattezza. Se si sceglie di mantenere una ambiguità di fondo è perché semmai si lavora con simboli, con concetti e temi vischiosi. Il mistero alza una sorta di autocensura: il tema è erotico, ma il desiderio rappresentato inesprimibile, ed è impossibile infrangere il confine del non esplicito: i celibi sono attratti dalla sposa vergine, ma la barriera imposta all’espressione del loro desiderio è insormontabile. Il tema della Mariée è molto complesso, tutt’altro che semplice e ha prodotto interpretazioni svariate e abbondanti. Al di là delle osservazioni particolari e dell’analisi dei dettagli e dei rimandi intellettuali, l’opera viene intesa come un lavoro concettuale sulla materia viva e carnale del desiderio, sia maschile che femminile, in relazione a ciò che la società consente della sua espressione. 



Certo il tema è prepotentemente scomodo e a suo modo scandaloso, ma la novità sta soprattutto nell’intera operazione artistica, davvero rivoluzionaria, sia da un punto di vista tecnico e concreto che teorico: sconvolgere il concetto stesso di fare artistico, sovvertirne la prassi, il metodo e le finalità. Attuare insomma un rinnovamento del linguaggio. Il valore dell’imperfezione, del caso, l’uso del frammento, sono tutti elementi portati ad una presenza e un valore nuovi ed insoliti. “Il movimento è la sosta, il pensiero l’inciampo, lo spostamento e lo stallo sono insieme retti da una logica ferrea e nello stesso tempo dal caos” secondo le parole di Bonito Oliva. 

 

A fronte di tutto questo, ci viene allora istintivo notare con divertimento come il libro d’artista di Duchamp non sia realmente un libro d’artista, ma un suo paradosso: non sfogliabile, non ordinato secondo una sequenza, con una nozione di tiratura piuttosto bizzarra, dal momento che sono riproduzioni fedeli e fatte a mano sì, ma secondo procedimenti meccanici e industriali, che non hanno nulla di artistico. 

 

Ricordiamo che la Boîte verte è la seconda di tre parti realizzate da Duchamp a completamento del Grande Vetro. La Scatola verde ha infatti ha un suo precedente nella Boîte del 1914 e un seguito nella Boîte blanche (À l’infinitif) del 1966. Tutte raccolte di documenti, studi ed appunti proposti dallo stesso artista come chiavi di lettura complementari al Grande Vetro.



Per questo articolo mi sono avvalsa degli scritti e delle lettere di Duchamp stesso (testi editi da Abscondita e Flammarion), di André Breton, di Michel Sanouillet e Pierre Cabanne (interviste e raccolte delle note di Duchamps pubblicati da Flammarion) e Bonito Oliva, sempre a introduzione di un saggio su Duchamp pubblicato da Abscondita). Le immagini della Scatola verde sono quelle della Collection Morel, le altre sono tratte dal sito del Philadelphia Museum of Art dove il Grande Vetro è conservato.

 

sabato 24 settembre 2022

Un bebé a Roma, un'intera poesia

A Roma con Susie Morgenstern alla presentazione di Pour toi bébé alla libreria Stendhal, il 16 e 17 settembre scorsi, ho parlato del mio lavoro di creazione sulle poesie scritte da Susie. Ecco il riassunto del bell'incontro.

Quando ho letto per la prima volta le poesie di Susie mi son detta: “Finalmente un libro per bebé pieno di dolcezza ma non stucchevole!”. E questa è stata la mia stella polare durante tutto il lavoro d’interpretazione dei testi e poi di realizzazione delle immagini: la tenerezza senza leziosità.

Un neonato è un essere umano agli esordi, che ha letteralmente appena iniziato ad esistere e che ha un incredibile potenziale, ancora inespresso. Per me questo ha una carica emotiva e un’energia fortissimi. Volevo farli sentire, innescarli. In più allo stesso modo dei versi di Susie, che sono volta per volta dolci, birichini, concreti, poetici o divertenti, ho cercato di esprimere questa energia attraverso la varietà.

Nelle poesie di Susie c’è la ricchezza di una vita che inizia, attraverso le piccole grandi conquiste quotidiane. Ci sono anche la condivisione, la presenza di un mondo attorno al neonato, un contesto genitoriale e familiare che si prende cura di lui, lo segue, lo aiuta e lo guarda crescere. Il bambino non è cioè da solo nella sua avventura appena iniziata. 


 

Le immagini che accompagnano le parole mostrano l’impresa coraggiosa e costante di apprendistato del bebé. A volte però le illustrazioni volano più lontano. Esse immaginano con ironia delle grandi gesta dietro le piccole, in un futuro fantastico, grandioso e divertente: il bebé alla conquista del Mondo, letteralmente, cavalcando una balena, un leone alato… E poi il bambino nostromo, cavaliere, ammaestratore d’animali…




In questa varietà c’è posto anche per altri aspetti e sentimenti, così commoventi e veri: certe immagini mostrano allora la creatura fragile e tenera che si tiene tra le braccia, che si vuole proteggere, quella che si accoccola vicino a noi. Delle immagini più intime, o notturne, silenziose e poetiche.


 

Le illustrazioni nascono a volte come eco ai versi, si riferiscono direttamente alle immagini e alle situazioni evocate dalle parole. Altre immagini invece nascono cullate dalle parole, interpretano una parola che agisce da scintilla e costruiscono un’atmosfera più vicina al sogno, al mistero. Ciò che in fondo è il bambino: un mistero.



Il mio sforzo costante è stato d’esprimere tutto questo: tutta questa grande ricchezza e complessità, con semplicità, dolcezza e levità. Per arrivare a questo ho attinto all’esperienza, all’osservazione, all’immaginazione, e naturalmente allo sguardo mai banale di Susie, sempre con lo scopo di creare o ricreare delle atmosfere (situazioni, emozioni, gesti, epifanie) che possono arrivare a tutti quelli che vivono o hanno vissuto la stessa esperienza, al di là delle differenze.



Parlando del processo creativo, lavorare all’insieme era stavolta più che mai fondamentale, non per raccontare una storia, evidentemente, ma per trovare coerenza nella varietà. Il rischio era infatti quello di avere un insieme di schegge, di frammenti senza unità. Volevo a questo proposito evitare le pagine bianche solamente decorate da piccoli elementi slegati e didattici. Sono andata avanti quindi per gradi: in un primo tempo appuntando senza troppo trattenermi per esplorare il più possibile. In una seconda fase ho scremato. A questo punto ho potuto abbandonarmi in modo più mirato ai giochi grafici e figure che le parole mi suggerivano. 


L’albo è costruito come una sequenza di tavole doppie che inizialmente intercalavano delle vaste immagini con soggetti in primo piano e dalle ambientazioni varie, fantastiche o realistiche, a delle pagine ricche di dettagli su uno spazio-pagina più concettuale. Alla fine tutto questo è stato sacrificato per delle ragioni di semplicità (ahimè).


 

L’attenzione al tono generale doveva essere vigile sul carattere di ogni poesia. Alcune infatti sono poetiche, oniriche o contemplative, dal fraseggio più dolce. Altre sono più divertenti, rapide, ritmate e riferite alla realtà quotidiana. Talvolta l’immagine visualizza dei passaggi e alcuni elementi della poesia. Altre volte invece essa evoca un tema centrale. Altre ancora l’immagine crea, a partire dalla poesia, uno sviluppo immaginario e si appoggia su echi, rimandi, ricordi (come in musica). È la ricchezza di questa raccolta e secondo me bisognava mantenerla. L’invenzione delle immagini doveva in qualche modo seguire l’invenzione delle parole. Infine il mio sforzo nel gestire tutta questa complessità prevedeva uno story-board con un tono ben caratterizzato. Ho lavorato molto sul tono, che è nello stesso tempo il carattere, lo stile, un andamento (ancora una volta la musica…). Il progetto dell’albo era strutturato sul colore, su una dominante ovattata di blu di Prussia e le sue declinazioni e varianti, che punteggiavano tutte le pagine. Poi invece si è preferito schiarire ed epurare i fondali per giocare su immagini più aeree e emergenti dal bianco. Come dire che mi è toccato scendere dalla mia nuvola di visioni sensibili per essere riportata ad un mondo più nitido, regolare e formale…


 

A volte il bambino si “traveste”, secondo l’ispirazione delle parole: è nostromo, domatore di leoni alati, cavaliere, … In certi casi, nei primi schizzi, il bebé vestiva delle tutine che ricordavano il piumaggio degli uccelli (novello Pappageno) o aveva delle ali. Nelle immagini realizzate sussiste ancora in parte questa idea di bambino-uccello, di creatura leggera dalle ali di farfalla. Gli uccelli (come l’elemento acquatico e vegetale) ritorna spesso e anche di più nei primi studi. Erano i punti cardine sui quali poggiava tutto il libro. 



Mr. James M. Barrie era senz’altro affacciato da qualche parte e guardava, assieme a tutta l’umanità delle favole classiche riunita. Una presenza benevola che spero sia ancora presente nell’albo e che segua con lo sguardo il nostro stesso sguardo di lettore/spettatore, come in uno specchio.