lunedì 9 novembre 2020

Piccola botanica tascabile

Piccola botanica tascabile è una nuova autoproduzione con tiratura limitata a 20 esemplari. Realizzata su carta di riso con rilegatura alla giapponese, comprende due volumetti di 10x21cm. di venti pagine a concertina. Ogni libro contiene rispettivamente 8 e 9 monotipi, che corrispondono ad altrettante piante e a digressioni divertite su di esse. Per informazioni e acquisto, potete scrivere qui. Intanto, eccovi un piccolo assaggio, alla pagina Trifoglio:

Nei prati del mondo è un tripudio di trifoglio. Anzi: trifoglio è quasi sinonimo di prato, come suggeriva lievemente Emily Dickinson aggiungendoci un’ape. E simbolo della pace, serenità e abbandono al sogno al quale la distesa verde e profumata induce e allude. 

Succede quotidianamente di incontrare trifogli, al punto che quasi non ce ne accorgiamo e comunque non ne accordiamo alcun valore. Eppure, è proprio nella banalità di una piantina così comune che si può nascondere l’eccezione, quell’ anomalia che, siamo disposti a crederlo fermamente, esaudirà ogni nostro desiderio. Il ritrovamento di un quadrifoglio è sempre un evento di gioia infantile. E se si dovesse trovare una traduzione perfetta alla pienezza gioiosa della minuta quotidianità espressa dal trifoglio e dal suo bizzarro fratello, allora non c’è nulla che eguagli la sottile e scanzonata filosofia di vita espressa in questa immagine:

“Socchiusi gli occhi, sto/ supino nel trifoglio,/e vedo un quadrifoglio/ che raccoglierò”, Guido Gozzano ne La via del rifugio.





mercoledì 4 novembre 2020

I nuovi 2021

Ecco due nuove proposte di calendario da tavolo per l'anno nuovo. La versione grande (qui sotto) è ideale per la scrivania, una mensola o un guéridon. Ogni pezzo è unico, realizzato a leporello su carta Magnani con copertina in cartone vegetale avorio. Ogni mese propone un diverso monotipo a soggetto vegetale. Il calendario misura: chiuso 17x11x3 cm; completamente aperto 170 cm.





Anche la versione di calendario più piccola (in basso), ogni pezzo è unico ed è realizzato a monotipo su carta Magnani a bordi intonsi. La copertina è in cartone nero ed è chiusa da fili rossi. Ai monotipi a soggetto vegetale si aggiungono piccoli tocchi d'inchiostro rosso. Le dimensioni del calendario chiuso sono di 6x9x3 cm. Prezzi su richiesta qui.






martedì 13 ottobre 2020

Sirene di fiume


Hampstead Heath. Un microcosmo. Salire sulla sua sommità permette di avere uno sguardo lungo ed esterno di Londra, l’immensa ed eterna 
Londinium crogiuolo di umana varietà, di stratificazioni successive, di continuo mutamento. Uno dei miei albi illustrati (La louve et l'anglais, nei dettagli in basso) finisce così: i personaggi principali della storia (uno reale e l’altro fittizio) si rincontrano sulla collina e in questo punto la storia si dissolve, come al cinema, in una panoramica che si allarga sul paesaggio e la città lontana.

Ma se si danno le spalle alla metropoli, se la si lascia là in basso a sfumare, i passi includono un respiro diverso e ci si crederebbe in una bolla che, quasi fuori dal tempo, ne include molti. Ci sono il bosco, ed in mezzo la nobile Kenwood House, misurata e tersa scatola delle meraviglie di Robert Adam. Più in basso, ancora bosco e la ricca borghese Fenton House nella piccola cittadina; il cimitero di St. John e la sua noncuranza romantica; i cimeli di Keats tra le sue dolcissime more. E i pond.



A Hampstead nuotare nei pond ha una lunga tradizione. Esiste persino un’istituzione, la Hampstead Heaths Ladies’ pond, fondata nel 1925 e tutt’ora attiva. Rito di passaggio per molte donne, il nuoto nel laghetto viene definito una pratica di libertà, addirittura una terapia per alcune. Ci si imbatte nelle bagnanti d’estate e d’inverno, mentre si tuffano e nuotano tra anatre, libellule, alghe. Un interessante racconto per immagini della fotografa Ruth Corney, Kenwood Ladies’ Pond, raccoglie vent’anni di atmosfera bucolica e sospesa del laghetto di Hampstead. 



Tutte le immagini subito sopra sono tratte dal lavoro di Ruth Corney


Nuotare in questi luoghi è un’esperienza che va ben oltre la pratica sportiva in generale e la collina sopra Londra in particolare. Oliver Sacks in Tipi acquaticiracconta della sua passione per il nuoto e soprattutto di nuotare nudo nel fiume Cherwell, a Oxford, “tra i fantasmi di Swiburne e Clough” (Arthur e non Brian...). Tra un pullulare di immagini, quindi, oltre che reali anche letterarie e immaginarie.

 

Perché chiunque sia nato in terra verde di fiumi, di stagni, di pozze, riconosce un richiamo irresistibile, un fascino primitivo e panico, mai solitario, nell’immersione in quelle acque -e l'esperienza di nuotare nel fiume o nello stagno non è naturalmente una prerogativa inglese. Ambienti circoscritti, cintati e seminascosti dalla vegetazione, verdi e pullulanti di vita, di immagini riflesse, in chiaroscuro e mutevoli, sono all’opposto della distesa marina, vasta e dall’orizzonte spianato. Nuotare nei fiumi, in stagni e laghetti ha a che fare col fascino dell’Arcadia, col mito e la leggenda di personaggi misteriosi e sfuggenti. Incontri in acque fredde e smeraldine che non sempre possono essere prese per sogni.



Tutte le immagini del post, tranne quelle con dicitura diversa, sono foto, disegni e schizzi miei. In particolare, l'ultima immagine è tratta da Venti pezzi facili, una mostra e una pubblicazione che potete parzialmente sfogliare qui (e richiedere qui).

venerdì 2 ottobre 2020

Di un Museo di Storia Naturale che un giorno nascerà

La vita è ricca di viaggi e avventure impreviste. Spesso si salpa, ma non si sa quando e se la nave arriverà in porto, o come ci arriverà...

L'anno si apriva con la partenza di un ricco progetto nelle scuole alla biblioteca di Corbetta (Mi): Piccolo Museo di Storia Naturale, una serie di laboratori nati dall'appassionata lettura delle coraggiose e entusiasmanti imprese dei primi esploratori naturalisti del XIX secolo. Quegli uomini che hanno fatto non solo la storia delle scienze naturali, ma hanno concepito i primi musei, frutto della convinzione che tanta meraviglia potesse (e dovesse) essere condivisa tra la gente. Non più prerogativa di dotti, studiosi e accademie, le collezioni raccolte da questi pionieri delle moderne scienze, hanno costituito i primi luoghi del sapere concesso a tutti.

Il progetto prevedeva incontri settimanali con le scuole primarie e, costruito alternando momenti di lettura e racconto a momenti di attività manuali, sarebbe sfociato nella costituzione di un vero e proprio Museo di Storia Naturale effimero, museo di un giorno che esponesse le "scoperte" di tutti i partecipanti. 

Ciascun bambino immaginava di partire per un viaggio d'esplorazione, durante il quale scopriva una strana creatura, un animale mai visto né classificato prima. La strana creatura scaturiva dall'immaginazione e dalle mani dei bambini, manipolando e assemblando con l'argilla materiali naturali come bacche, foglie, bastoncini e semi. Lo scopritore dava poi un nome alla propria creatura e ne tracciava un identikit: schizzi, annotazioni sulle caratteristiche fisiche e le abitudini, l'habitat e le curiosità, andavano a costituire uno speciale taccuino che accompagnava il ritrovamento.

Sono state decine e decine gli animali scoperti nei fantastici viaggi che abbiamo compiuto insieme a gennaio e febbraio di quest'anno. Ne avremmo scoperti tanti e tanti altri. Sfortunatamente la nostra stagione di avventure è stata interrotta anzitempo, a causa di un'altra strana creatura, ma invisibile e terribilmente subdola: il virus Covid-19. Questo essere non atteso e tantomeno benvenuto, non ci ha permesso di completare il progetto.

Il nostro Piccolo Museo di Storia Naturale sarebbe stato di sicuro il più straordinario museo di Storia Naturale del mondo. Possiamo consolarci un po' con le immagini che raccolgono e testimoniano i nostri exploit come scienziati in erba e il nostro grande divertimento. Rimane un piccola raccolta di alcuni degli animali scoperti nei nostri viaggi immaginari. E la speranza che prima o poi nasca davvero un museo simile, un museo dell'immaginario e del gioco, completamente surreale e gioioso, di tutti e per tutti.



Per le foto d'inizio post, da sinistra a destra: Mappa del Sud America inserita poi ne Le voyage pittoresque dans les deux Amériques di Alcide d'Orbigny, Tenré éditeur, Paris, 1836; stampa ottocentesca che ritrae il Beagle (Getty images) e un dettaglio dei carnet di Alexandre von Humbold conservati alla Staatsbibliotek di Berlino. Il secondo gruppo di foto ritrae la mia personale raccolta di "bestioline". Tutte le altre foto sono state scattate da me durante i laboratori.

giovedì 17 settembre 2020

I libri d'artista di Anselm Kiefer, l'angelo alchimista



Doppia pagina di Ausbrennen des Landkreises Buchen del 1974

Anselm Kiefer è tra gli artisti contemporanei che hanno spesso scelto il medium del libro come mezzo privilegiato d'espressione. Il libro sembra anzi convenire perfettamente e particolarmente ai suoi intenti. Per l'artista, il mezzo del libro è forse quello più in grado di trasmettere il senso del racconto e della Storia come testimonianza collettiva calata nella triplice dimensione temporale di un passato, un presente e un futuro. Fin dal 1969 Kiefer esplora il mondo, proibito e non-dicibile per un artista tedesco, della storia recente: la memoria sommersa della catastrofe nazionalsocialista. 

Il rapporto stretto tra libro e Storia, la dimensione rituale della lettura, l’importanza dell’oggetto-libro come veicolo e testimonianza, sono ben espressi dall’artista nella lectio magistrali pronunciata nel novembre del 2014 durante il conferimento della laurea honoris causa in Filosofia all’Università di Torino. Eccone uno stralcio:

 

«La storia ha sempre fatto parte del mio lavoro artistico. Dietro sollecitazione di Roland Barthes, ho ad esempio letto Jules Michelet, che è diventato uno dei miei scrittori preferiti. Il libro mi accompagna dalla più tenera infanzia. Ha un’importanza capitale, tanto nella mia vita quanto nella mia pratica artistica. Ritengo che rappresenti il 60% della mia opera. D’altra parte, tengo un diario nel quale annoto giorno per giorno bozze d’idee da sviluppare, schizzi, citazioni da poesie, epifanie del quotidiano… progetti, o ancora il piano delle camere d’hotel nei quali soggiorno…
Il libro è per me un rituale, struttura il tempo e fa appello ad altri poteri rispetto a quelli della cultura. Al mattino, prima di iniziare a lavorare, spesso percorro la mia biblioteca. È lunga sessanta metri, e ciò mi permette di camminare come al Vaticano. Spesso trovo il libro di cui ho bisogno, qualche che sia il soggetto. È molto curioso, come si trova ciò che vi si cerca. Sono convinto che abbiamo un accesso ai nostri libri che non passa per l’intelletto, che transita altrove rispetto al cervello.
Quando, lavorando a un quadro, mi capita di non sapere più a che punto sono, o, per dirla altrimenti, quando sono in panne, mi siedo alla macchina per scrivere e scrivo “qualcosa”. Questo “qualcosa”, questa cosa tratta dell’essenza, della monade di Leibniz. Quando sono di fronte alla tela bianca, il che è al tempo stesso stimolante e costernante, allora un vecchio problema filosofico mi ossessiona: perché c’è qualcosa e perché non il nulla?».

 



Sequenza qui sopra: Merkawa, libro del 1996


Kiefer attraversa il rimosso della cultura tedesca, i mostri notturni della civiltà contemporanea che ha generato l’Olocausto e affronta questo viaggio con il compito di fare da guida. L’artista per Kiefer è colui che trascende attraverso il personale e il soggettivo per calarsi completamente nel collettivo e il sociale bene comune. In questo senso l’artista è alchimista e angelo. E cioè colui che opera una trasmutazione della materia dalla terra al cielo, con un dialogo a dire il vero incessante nella sua intera opera, che abbraccia entrambi gli estremi piuttosto che metterli in contrasto giudicante. Ciò avviene poiché l’Arte, secondo Kiefer, per essere veritiera ed efficace deve contenere e accettare contrasti e dicotomie, proprio come la vita. Il processo artistico trae anzi energia e forza da questo perenne dialogo.  

 





Sopra: Märkischer Sand IV del 1977


Con Besetzungen del 1969, Kiefer inizia ad affrontare l'argomento scomodo e disgraziato del recente passato nazionalsocialista, con la convinzione che l’arte abbia il potere e il compito di tenere testa a tutte le tragedie e tutti i drammi della storia dell’umanità. 

 

L’iconografia nazionalsocialista viene deliberatamente omessa. Quello che Kiefer intende rappresentare è lo spaesamento seguito alla rimozione delle radici di un’identità comune vergognosa. Priva di intenzioni salvifiche né di opportunità di redenzione, l'arte registra solo la presa di coscienza, perché non ci sia negazione delle radici (e quindi del passato) benché questo includa il Bene e il Male.


 




Sopra: Ausbrennen des Landkreises Buchen del 1974



L’artista/angelo si fa mediatore, veggente, messaggero, guida ed elemento di congiunzione tra elementi avversi. È il processo artistico in sé stesso che opera il contatto tra opposti poiché è fatto di lavoro intellettuale e lavoro manuale. I libri d’artista di Kiefer, sempre libri unici e senza tiratura, registrano e testimoniano eventi, a volte ripercorrono nella scelta dei materiali il tentativo alchemico fallito di librarsi dal basso all’alto. Ecco allora i bitumi, le terre, le tracce di immagini bruciate o semi-cancellate, i frammenti e le corrosioni, la traccia di quella trasmutazione alchemica dal terreno al celeste che è fallita.



Qui sopra: Ausbrennen des Landkreises Buchen IV del 1974


Il linguaggio di Kiefer è scrittura, densa, malinconica, spesso funerea, sempre con la consapevolezza di essere un testimone, un elemento isolato, solo, al di sopra delle parti. Lo sguardo è intimo ed interiore, privo di limiti e costrizioni. Esso può librarsi e accedere a dimensioni che trascendono la realtà pur fondandosi su di essa. Sono Rilke e Heidegger i suoi riferimenti, soprattutto la tensione verso un “rapporto puro” al di fuori di sé, sia al di fuori delle cose che dalla loro rappresentazione. E la riflessione che l’artista rappresenti “la più alta forza dell’Esserci”.

 

Puramente alchemici sono gli ultimi libri d’artista in lamina di piombo, il cui significato non ha più bisogno di parole ed immagini: forma e materia sono di per se stessi significanti, creano rimandi e connessioni che trasportano ad una dimensione superiore. Il piombo, infatti, è il simbolo della trasmutazione degli elementi, il più basso in ordine di grado, il primo stadio nel procedimento alchemico per ottenere l’oro ed innalzarsi così agli stadi spirituali superiori.



Kiefer stesso parla di “dissimulazione totale” e di “paradossi perfetti” perchè sono libri impossibili da leggere, da sfogliare, troppo pesanti da maneggiare, fatti di una materia opaca e senza parole.

 

Oramai libri-non libri.



Under des Linden del 2013, in piombo elettrolitico, presentato alla mostra Libri tra i libri a Pistoia nel 2017.
Anche l'immagine più in alto è tratta dalla stessa esposizione.


Fonti:

La lectio magistrali di Kiefer si può leggere per intero negli archivi di Artribune del 4 dicembre 2014 nella traduzione di Marco Enrico Giacomelli.

Mi sono stati guide preziose nella stesura del post soprattutto i due saggi illuminanti di Germano Celant e Massimo Cacciari, che accompagnano il catalogo alla bella mostra di Museo Correr a Venezia del 1997. Tutte le immagini dell’articolo sono tratte da quel libro, salvo le due immagini sui libri di piombo più recenti, trovate nel web.

Altro catalogo al quale mi sono riferita è quello della mostra di Parigi dell’ottobre 2015: A. Kiefer, L’alchimie du livre.

Per finire l'articolo della Tate londinese sul progetto Besetzungen (che ha dato l'avvio alla riflessione storica del recente passato tedesco) mi ha chiarito più di un punto sulla genesi dei libri d'artista di Kiefer.

 

venerdì 14 agosto 2020

Interview

Petite interview en ligne sur ce que c'est le dessin pour moi, la création, les livres. C'est par là.

Piccola intervista on-line su quel che è per me il disegno, la creazione, i libri. Qui.

Photo de Francesca Magnani

sabato 8 agosto 2020

Chi abita la villa

Alcuni miei schizzi di Villa Kechler a San Martino al Tagliamento


Ci sono scrittori che interpretano perfettamente un luogo, rurale o urbano che sia, e lo fanno con la naturalezza di chi conosce intimamente. La loro scrittura è abitata o piuttosto incarnata dal luogo di cui scrivono, come due entità distinte fatte di materia differente, che si possono specchiare senza del tutto identificarsi, altrimenti non esisterebbero più nella loro singolarità e carattere, e diventerebbero uno. Così le Langhe e Pavese, per esempio. O Lisbona e Pessoa. Esempi celebri.

Ci sono paesaggi più ritrosi, meno noti, che stanno ai margini e se ne compiacciono, in bilico tra inconsapevolezza e snobismo. Di questi paesaggi, che son quelli della mia infanzia, uno scrittore ha saputo raccontare senza averne l'aria, con la stessa distanza un po' altera, elegante ma asciutta, tipica dei luoghi: Elio Bartolini. 

Prati, strade di sassi polverose, rive ombrose di fossi e corsi d'acqua. E poi, addossata ad un borgo o a chiudere un fondale largo e spianato, ecco una villa. O ciò che rimane.
Villa Kechler, Villa Colloredo, ville che punteggiano una macchia esigua del Medio Friuli. Ognuna di queste ville aristocratiche di campagna ha visto ieri una ricca vita di fatti e passaggi di variegati protagonisti e comparse, un andirivieni incessante e mutevole. Nobil signori e le loro famiglie, ospiti altolocati, scrittori e poeti. Come Napoleone, Pasteur, Hemingway, tanto per citarne qualcuno. E oggi quel lustro antico si sgretola ogni giorno un pochino di più: una cinta che cede definitivamente dopo avere mostrato piano piano i sassi o i mattoni sotto l'intonaco; una torre che si sfa e si crepa e si rimodella al lavorìo di pioggia e vento; un tetto che cede nella foresteria o la barchessa e suggerisce una nuova via ad alberi e arbusti che già l'assediavano dal di fuori. 

C'è una bellezza struggente in questa inesorabile e lentissima rovina delle ville friulane, perseguita con l'inevitabilità e la noncuranza di un carattere fiero. Ma non le cambierei affatto. Qualcosa che è finito e non tornerà più a quel modo, tanto vale rendersene conto e accettarlo e amarlo nel suo mutamento, anche se vien detto decadenza. Di caducità non si può mai parlare e ancor meno si può vedere. Così si preferiscono i restauri artificiosi, i cambiamenti di funzione nell'intento di sfruttare luoghi col pretesto di salvarli (resort, ristoranti, alberghi) e si finisce invece con lo snaturare i luoghi, uniformarli e farli morire davvero. Si caccia il genius loci, e questo è un guaio. Per me, come per Elio Bartolini (che abitava, guarda caso il PalassâtChi abita la villa? La contessina, che cattura i topi tra le sale vuote e sfatte dentro la villa e i terrapieni nel parco inselvatichito per nutrire i nuovi abitanti di diritto, la civetta e la sua prole.

domenica 2 agosto 2020

Fox-trot

Je viens d'illustrer quelques pages au rythme du fox-trot pour la revue enfantine TétrasLire. On dance tout au long d'une journée, du réveil au coucher, avec deux enfants bien fringants accompagnés par deux aiguilles d'horloge en guise de danseurs pleins d'entrain. Les personnages dansent au rythme, les mots dansent aussi, bien cadencés. Il ne reste qu'à les suivre!

Ho appena illustrato qualche pagina a ritmo di fox-trot per la rivista infantile TétrasLire. Si balla durante tutta la giornata, dal risveglio al tramonto, con due bambini briosi accompagnati da due lancette d'orologio in guisa di ballerini festosi. I personaggi danzano a ritmo, le parole anche quelle danzano cadenzate. Non resta che seguirli!


venerdì 31 luglio 2020

Voci

C'è una forma estetica anche nelle voci. Tentiamo di definirle coi parametri della musica. Timbro, altezza, colore... Oppure ci industriamo a trovare aggettivi calzanti, trasponendo in questo senso etereo gli altri sensi, soprattutto quello della vista, come se si potessero descrivere dei suoni con la terminologia della visione.
A sinistra: Tina Modotti che recita in uno scatto di Edward Weston del '24; a destra La voce di Tina, un mio acquerello del 2006.


I suoni ci inducono ad abbandonarci ad immaginari senza confini. Allo stesso modo le voci. Gli scrittori lo sanno bene, lo hanno sempre saputo. Come l'infaticabile ed istrionico Dickens, tanto per fare un esempio, che attraverso le letture itineranti dei suoi romanzi e racconti catturò con passione i suoi lettori e li portò definitivamente dove lui voleva.


Del potere incantatore della voce si sono occupati tanti scrittori. Nel curioso romanzo breve Le voci, Claudio Magris mette in scena un solitario io narrante ossessionato dalle voci registrate, vittima di una fortissima seduzione. Ma il racconto va più in là. Attraverso il breve messaggio preregistrato di una segretaria telefonica il protagonista asserisce di costruire senza filtri o inganni l'identità delle donne che chiama. L'unica identità secondo lui autentica. Ma l'ossessione si definisce e diventa rapidamente inquietante e parla di distanze e paure a colmarle. Le voci è stato (opportunamente) proposto da Rai Radio Techeté con la voce di Lino Capolicchio. E si può ascoltare qui.

C'è anche una memoria, delle voci. Imbattersi nella voce registrata di uno scrittore può essere un'esperienza particolarmente sconvolgente. La voce di Virginia Woolf, per fare un esempio, pare un ectoplasma fluttuante, pastoso.


Se la memoria è la nostra, personale e familiare, rintracciare una voce diventa una vera ricerca. Molto più labile e fragile per noi, più frustrante, cercare di ricordare una voce. Quando ci riusciamo il ricordo è vibrante, immensamente saturo.

Infine, c'è chi ha tentato e tenta da anni di comporre un'enciclopedia della parola, costruendo una catalogazione in divenire, fatta di tracciati mobili che seguono tematiche comuni, affinità istintive, comparazioni o parallelismi tra voci. La materia in questione, ça va sans dire, è un repertorio vastissimo e pressoché infinito. L'esplorazione tentata da l'Encyclopédie de la parole riguarda l'oralità in tutte le sue forme, attraverso registrazioni diverse e disparate e si propone come progetto ragguardevole (1.000 documenti fino ad oggi) e probabilmente megalomane. Ma il fascino è indubbio. Costituito nel 2007 da un collettivo di poeti, attori, artisti plastici, etnografi, musicisti, registi, drammaturghi, coreografi, si propone a lato del progetto web, di produrre tracce sonore, performance, spettacoli, conferenze, concerti e installazioni sotto il motto "Nous sommes tous des experts de la parole". Nulla di più vero. E il potere seduttore della parola è, d'altronde, un fatto, e di biblica memoria.