giovedì 17 settembre 2020

I libri d'artista di Anselm Kiefer, l'angelo alchimista



Doppia pagina di Ausbrennen des Landkreises Buchen del 1974

Anselm Kiefer è tra gli artisti contemporanei che hanno spesso scelto il medium del libro come mezzo privilegiato d'espressione. Il libro sembra anzi convenire perfettamente e particolarmente ai suoi intenti. Per l'artista, il mezzo del libro è forse quello più in grado di trasmettere il senso del racconto e della Storia come testimonianza collettiva calata nella triplice dimensione temporale di un passato, un presente e un futuro. Fin dal 1969 Kiefer esplora il mondo, proibito e non-dicibile per un artista tedesco, della storia recente: la memoria sommersa della catastrofe nazionalsocialista. 

Il rapporto stretto tra libro e Storia, la dimensione rituale della lettura, l’importanza dell’oggetto-libro come veicolo e testimonianza, sono ben espressi dall’artista nella lectio magistrali pronunciata nel novembre del 2014 durante il conferimento della laurea honoris causa in Filosofia all’Università di Torino. Eccone uno stralcio:

 

«La storia ha sempre fatto parte del mio lavoro artistico. Dietro sollecitazione di Roland Barthes, ho ad esempio letto Jules Michelet, che è diventato uno dei miei scrittori preferiti. Il libro mi accompagna dalla più tenera infanzia. Ha un’importanza capitale, tanto nella mia vita quanto nella mia pratica artistica. Ritengo che rappresenti il 60% della mia opera. D’altra parte, tengo un diario nel quale annoto giorno per giorno bozze d’idee da sviluppare, schizzi, citazioni da poesie, epifanie del quotidiano… progetti, o ancora il piano delle camere d’hotel nei quali soggiorno…
Il libro è per me un rituale, struttura il tempo e fa appello ad altri poteri rispetto a quelli della cultura. Al mattino, prima di iniziare a lavorare, spesso percorro la mia biblioteca. È lunga sessanta metri, e ciò mi permette di camminare come al Vaticano. Spesso trovo il libro di cui ho bisogno, qualche che sia il soggetto. È molto curioso, come si trova ciò che vi si cerca. Sono convinto che abbiamo un accesso ai nostri libri che non passa per l’intelletto, che transita altrove rispetto al cervello.
Quando, lavorando a un quadro, mi capita di non sapere più a che punto sono, o, per dirla altrimenti, quando sono in panne, mi siedo alla macchina per scrivere e scrivo “qualcosa”. Questo “qualcosa”, questa cosa tratta dell’essenza, della monade di Leibniz. Quando sono di fronte alla tela bianca, il che è al tempo stesso stimolante e costernante, allora un vecchio problema filosofico mi ossessiona: perché c’è qualcosa e perché non il nulla?».

 



Sequenza qui sopra: Merkawa, libro del 1996


Kiefer attraversa il rimosso della cultura tedesca, i mostri notturni della civiltà contemporanea che ha generato l’Olocausto e affronta questo viaggio con il compito di fare da guida. L’artista per Kiefer è colui che trascende attraverso il personale e il soggettivo per calarsi completamente nel collettivo e il sociale bene comune. In questo senso l’artista è alchimista e angelo. E cioè colui che opera una trasmutazione della materia dalla terra al cielo, con un dialogo a dire il vero incessante nella sua intera opera, che abbraccia entrambi gli estremi piuttosto che metterli in contrasto giudicante. Ciò avviene poiché l’Arte, secondo Kiefer, per essere veritiera ed efficace deve contenere e accettare contrasti e dicotomie, proprio come la vita. Il processo artistico trae anzi energia e forza da questo perenne dialogo.  

 





Sopra: Märkischer Sand IV del 1977


Con Besetzungen del 1969, Kiefer inizia ad affrontare l'argomento scomodo e disgraziato del recente passato nazionalsocialista, con la convinzione che l’arte abbia il potere e il compito di tenere testa a tutte le tragedie e tutti i drammi della storia dell’umanità. 

 

L’iconografia nazionalsocialista viene deliberatamente omessa. Quello che Kiefer intende rappresentare è lo spaesamento seguito alla rimozione delle radici di un’identità comune vergognosa. Priva di intenzioni salvifiche né di opportunità di redenzione, l'arte registra solo la presa di coscienza, perché non ci sia negazione delle radici (e quindi del passato) benché questo includa il Bene e il Male.


 




Sopra: Ausbrennen des Landkreises Buchen del 1974



L’artista/angelo si fa mediatore, veggente, messaggero, guida ed elemento di congiunzione tra elementi avversi. È il processo artistico in sé stesso che opera il contatto tra opposti poiché è fatto di lavoro intellettuale e lavoro manuale. I libri d’artista di Kiefer, sempre libri unici e senza tiratura, registrano e testimoniano eventi, a volte ripercorrono nella scelta dei materiali il tentativo alchemico fallito di librarsi dal basso all’alto. Ecco allora i bitumi, le terre, le tracce di immagini bruciate o semi-cancellate, i frammenti e le corrosioni, la traccia di quella trasmutazione alchemica dal terreno al celeste che è fallita.



Qui sopra: Ausbrennen des Landkreises Buchen IV del 1974


Il linguaggio di Kiefer è scrittura, densa, malinconica, spesso funerea, sempre con la consapevolezza di essere un testimone, un elemento isolato, solo, al di sopra delle parti. Lo sguardo è intimo ed interiore, privo di limiti e costrizioni. Esso può librarsi e accedere a dimensioni che trascendono la realtà pur fondandosi su di essa. Sono Rilke e Heidegger i suoi riferimenti, soprattutto la tensione verso un “rapporto puro” al di fuori di sé, sia al di fuori delle cose che dalla loro rappresentazione. E la riflessione che l’artista rappresenti “la più alta forza dell’Esserci”.

 

Puramente alchemici sono gli ultimi libri d’artista in lamina di piombo, il cui significato non ha più bisogno di parole ed immagini: forma e materia sono di per se stessi significanti, creano rimandi e connessioni che trasportano ad una dimensione superiore. Il piombo, infatti, è il simbolo della trasmutazione degli elementi, il più basso in ordine di grado, il primo stadio nel procedimento alchemico per ottenere l’oro ed innalzarsi così agli stadi spirituali superiori.



Kiefer stesso parla di “dissimulazione totale” e di “paradossi perfetti” perchè sono libri impossibili da leggere, da sfogliare, troppo pesanti da maneggiare, fatti di una materia opaca e senza parole.

 

Oramai libri-non libri.



Under des Linden del 2013, in piombo elettrolitico, presentato alla mostra Libri tra i libri a Pistoia nel 2017.
Anche l'immagine più in alto è tratta dalla stessa esposizione.


Fonti:

La lectio magistrali di Kiefer si può leggere per intero negli archivi di Artribune del 4 dicembre 2014 nella traduzione di Marco Enrico Giacomelli.

Mi sono stati guide preziose nella stesura del post soprattutto i due saggi illuminanti di Germano Celant e Massimo Cacciari, che accompagnano il catalogo alla bella mostra di Museo Correr a Venezia del 1997. Tutte le immagini dell’articolo sono tratte da quel libro, salvo le due immagini sui libri di piombo più recenti, trovate nel web.

Altro catalogo al quale mi sono riferita è quello della mostra di Parigi dell’ottobre 2015: A. Kiefer, L’alchimie du livre.

Per finire l'articolo della Tate londinese sul progetto Besetzungen (che ha dato l'avvio alla riflessione storica del recente passato tedesco) mi ha chiarito più di un punto sulla genesi dei libri d'artista di Kiefer.

 

venerdì 14 agosto 2020

Interview

Petite interview en ligne sur ce que c'est le dessin pour moi, la création, les livres. C'est par là.

Piccola intervista on-line su quel che è per me il disegno, la creazione, i libri. Qui.

Photo de Francesca Magnani

sabato 8 agosto 2020

Chi abita la villa

Alcuni miei schizzi di Villa Kechler a San Martino al Tagliamento


Ci sono scrittori che interpretano perfettamente un luogo, rurale o urbano che sia, e lo fanno con la naturalezza di chi conosce intimamente. La loro scrittura è abitata o piuttosto incarnata dal luogo di cui scrivono, come due entità distinte fatte di materia differente, che si possono specchiare senza del tutto identificarsi, altrimenti non esisterebbero più nella loro singolarità e carattere, e diventerebbero uno. Così le Langhe e Pavese, per esempio. O Lisbona e Pessoa. Esempi celebri.

Ci sono paesaggi più ritrosi, meno noti, che stanno ai margini e se ne compiacciono, in bilico tra inconsapevolezza e snobismo. Di questi paesaggi, che son quelli della mia infanzia, uno scrittore ha saputo raccontare senza averne l'aria, con la stessa distanza un po' altera, elegante ma asciutta, tipica dei luoghi: Elio Bartolini. 

Prati, strade di sassi polverose, rive ombrose di fossi e corsi d'acqua. E poi, addossata ad un borgo o a chiudere un fondale largo e spianato, ecco una villa. O ciò che rimane.
Villa Kechler, Villa Colloredo, ville che punteggiano una macchia esigua del Medio Friuli. Ognuna di queste ville aristocratiche di campagna ha visto ieri una ricca vita di fatti e passaggi di variegati protagonisti e comparse, un andirivieni incessante e mutevole. Nobil signori e le loro famiglie, ospiti altolocati, scrittori e poeti. Come Napoleone, Pasteur, Hemingway, tanto per citarne qualcuno. E oggi quel lustro antico si sgretola ogni giorno un pochino di più: una cinta che cede definitivamente dopo avere mostrato piano piano i sassi o i mattoni sotto l'intonaco; una torre che si sfa e si crepa e si rimodella al lavorìo di pioggia e vento; un tetto che cede nella foresteria o la barchessa e suggerisce una nuova via ad alberi e arbusti che già l'assediavano dal di fuori. 

C'è una bellezza struggente in questa inesorabile e lentissima rovina delle ville friulane, perseguita con l'inevitabilità e la noncuranza di un carattere fiero. Ma non le cambierei affatto. Qualcosa che è finito e non tornerà più a quel modo, tanto vale rendersene conto e accettarlo e amarlo nel suo mutamento, anche se vien detto decadenza. Di caducità non si può mai parlare e ancor meno si può vedere. Così si preferiscono i restauri artificiosi, i cambiamenti di funzione nell'intento di sfruttare luoghi col pretesto di salvarli (resort, ristoranti, alberghi) e si finisce invece con lo snaturare i luoghi, uniformarli e farli morire davvero. Si caccia il genius loci, e questo è un guaio. Per me, come per Elio Bartolini (che abitava, guarda caso il PalassâtChi abita la villa? La contessina, che cattura i topi tra le sale vuote e sfatte dentro la villa e i terrapieni nel parco inselvatichito per nutrire i nuovi abitanti di diritto, la civetta e la sua prole.

domenica 2 agosto 2020

Fox-trot

Je viens d'illustrer quelques pages au rythme du fox-trot pour la revue enfantine TétrasLire. On dance tout au long d'une journée, du réveil au coucher, avec deux enfants bien fringants accompagnés par deux aiguilles d'horloge en guise de danseurs pleins d'entrain. Les personnages dansent au rythme, les mots dansent aussi, bien cadencés. Il ne reste qu'à les suivre!

Ho appena illustrato qualche pagina a ritmo di fox-trot per la rivista infantile TétrasLire. Si balla durante tutta la giornata, dal risveglio al tramonto, con due bambini briosi accompagnati da due lancette d'orologio in guisa di ballerini festosi. I personaggi danzano a ritmo, le parole anche quelle danzano cadenzate. Non resta che seguirli!


venerdì 31 luglio 2020

Voci

C'è una forma estetica anche nelle voci. Tentiamo di definirle coi parametri della musica. Timbro, altezza, colore... Oppure ci industriamo a trovare aggettivi calzanti, trasponendo in questo senso etereo gli altri sensi, soprattutto quello della vista, come se si potessero descrivere dei suoni con la terminologia della visione.
A sinistra: Tina Modotti che recita in uno scatto di Edward Weston del '24; a destra La voce di Tina, un mio acquerello del 2006.


I suoni ci inducono ad abbandonarci ad immaginari senza confini. Allo stesso modo le voci. Gli scrittori lo sanno bene, lo hanno sempre saputo. Come l'infaticabile ed istrionico Dickens, tanto per fare un esempio, che attraverso le letture itineranti dei suoi romanzi e racconti catturò con passione i suoi lettori e li portò definitivamente dove lui voleva.


Del potere incantatore della voce si sono occupati tanti scrittori. Nel curioso romanzo breve Le voci, Claudio Magris mette in scena un solitario io narrante ossessionato dalle voci registrate, vittima di una fortissima seduzione. Ma il racconto va più in là. Attraverso il breve messaggio preregistrato di una segretaria telefonica il protagonista asserisce di costruire senza filtri o inganni l'identità delle donne che chiama. L'unica identità secondo lui autentica. Ma l'ossessione si definisce e diventa rapidamente inquietante e parla di distanze e paure a colmarle. Le voci è stato (opportunamente) proposto da Rai Radio Techeté con la voce di Lino Capolicchio. E si può ascoltare qui.

C'è anche una memoria, delle voci. Imbattersi nella voce registrata di uno scrittore può essere un'esperienza particolarmente sconvolgente. La voce di Virginia Woolf, per fare un esempio, pare un ectoplasma fluttuante, pastoso.


Se la memoria è la nostra, personale e familiare, rintracciare una voce diventa una vera ricerca. Molto più labile e fragile per noi, più frustrante, cercare di ricordare una voce. Quando ci riusciamo il ricordo è vibrante, immensamente saturo.

Infine, c'è chi ha tentato e tenta da anni di comporre un'enciclopedia della parola, costruendo una catalogazione in divenire, fatta di tracciati mobili che seguono tematiche comuni, affinità istintive, comparazioni o parallelismi tra voci. La materia in questione, ça va sans dire, è un repertorio vastissimo e pressoché infinito. L'esplorazione tentata da l'Encyclopédie de la parole riguarda l'oralità in tutte le sue forme, attraverso registrazioni diverse e disparate e si propone come progetto ragguardevole (1.000 documenti fino ad oggi) e probabilmente megalomane. Ma il fascino è indubbio. Costituito nel 2007 da un collettivo di poeti, attori, artisti plastici, etnografi, musicisti, registi, drammaturghi, coreografi, si propone a lato del progetto web, di produrre tracce sonore, performance, spettacoli, conferenze, concerti e installazioni sotto il motto "Nous sommes tous des experts de la parole". Nulla di più vero. E il potere seduttore della parola è, d'altronde, un fatto, e di biblica memoria.


mercoledì 15 luglio 2020

Before and After

A volte in modo fortuito incontriamo in perfetta successione i prima e i dopo di cose alle quali non stavamo pensando. Quasi a voler focalizzare la nostra attenzione in quel punto.



Come questo gesso preparatorio di Antonio Canova per le Tre Grazie conservato nell'ala Scarpa della Gypsotheca di Possagno; in basso c'è la copia dello stesso Canova delle Tre Grazie al Victoria&Albert Museum di Londra. Le foto sono mie, fatte a distanza di pochi giorni nel luglio del 2019. Con Canova ho intrattenuto uno strano e lugubre rapporto fin dall'infanzia: da bambina la tomba ai Frari a Venezia con il cuore murato mi diede le vertigini e poco più che ventenne discussi la mia tesi all'Accademia di Belle Arti di fronte alla sua mano destra in formalina. Oggi quella mano è stata traslata al Tempio di Possagno, e l'ho ritrovata là, senza aspettarmelo, la scorsa estate.



Altre volte, invece, ci imbattiamo in un seguito al quale non pensavamo più. Ci capita allora di ricomporre, senza preavviso e come un regalo, il "prima" e il "dopo" di vecchi incontri e immutate passioni.
Nell'immagine di sinistra: schizzo per il ritratto di Maria Stuart di François Clouet dalla personale collezione di Caterina de' Medici conservata al Museo Condé di Chantilly (il disegno è di solito conservato alla Bibliothèque Nationale de France di Parigi). A destra il ritratto realizzato ad olio dallo stesso Clouet, conservato al Palazzo di Holyroodhouse a Edimburgo. I disegni preparatori ai ritratti di Clouet della collezione de' Medici sono stati un incontro folgorante vent'anni fa, e anche i definitivi ad olio della collezione del museo del Louvre, al quale però manca il ritratto di Maria. Quest'ultimo l'ho incontrato infine, per caso, la scorsa estate in Scozia.

mercoledì 8 luglio 2020

Istant book



Nel momento più difficile della pandemia, quando l'isolamento si è mostrato come la sola uscita possibile, Fondazione per leggere ha deciso di dimostrare quanto il libro possa essere, anche in certe circostanze, fonte di forza e unione. Da questa riflessione e consapevolezza è nato un istant book, con il contributo di autori ed illustratori (tra i quali  Francesca Chessa e Ilaria Faccioli). C'è anche una pagina mia. Qui trovate le indicazioni per l'acquisto del libro. L'intero ricavato delle vendite andrà alle attività di promozione alla lettura della Fondazione.


mercoledì 24 giugno 2020

Intervista


Voilà una divertente intervista del dicembre scorso, fatta durante il mio Open Studio e proposta ora dagli appassionati fondatori e intraprendenti membri di Balene in volo. Buona visione!


giovedì 4 giugno 2020

Album amicorum

Cominciano lontanissimo, nel Cinquecento. Soprattutto nel nord Europa, giovani universitari di nobili famiglia, compongono dei taccuini con il contributo degli amici. Sono raccolte a fogli mobili o rilegate, spesso racchiuse e protette da custodie, che seguono lo studente nella sua academia peregrinatio. Questi diari a più mani vengono chiamati album amicorum e diventeranno molto popolari. 

Ecco l'album di Philipp Hainhofer, ricco figlio di mercanti tedeschi, che inizia il suo taccuino a diciott'anni, nel 1596. La raccolta proseguirà per trentasette anni attraversando l'Italia, la Germania e la Boemia. Philipp studia all'università di Padova, di Colonia e in diverse facoltà olandesi e chiuderà la sua carriera scolastica rientrando ad Amburgo, sua città natale, per prendere il posto del padre nella prestigiosa ed avviata attività di mercante d'abiti e stoffe.


Il suo, come gli album degli studenti come lui, racchiudono autografi, motti, citazioni e disegni di vario genere: scene di vita quotidiana, ritratti e autoritratti, paesaggi, copie di opere d’arte, appunti di oggetti, abiti e ornamenti. Le raccolte hanno una grande varietà dei contributi, eterogeneità di stili e differenza di qualità spesso marcata. Non solo infatti erano composti da più persone, ma spesso il proprietario acquistava o commissionava alcune pagine a specialisti calligrafi, miniatori, pittori, quindi a dei professionisti. 

Ritroviamo gli album amicorum per tutti i secoli successivi, seguendo stili e gusti dell'epoca e sempre prevalentemente nei Paesi del nord Europa. Ma è nell'Ottocento che gli album amicorum si affermano come pratica consueta e diffusa tra i giovani.

Alcuni album ci permettono di delineare in modo piuttosto dettagliato il loro possessore e il suo entourage. Ecco la raccolta, elegantissima, di Carl Gotthelf Welner, sassone, composta tra il 1783 e il 1811 tra le università di Pforta, Lipsia, Dresda, Norimberga ed altre. Seguiamo attraverso il contributo di parenti e amici i suoi studi, i viaggi, l'apprendistato. Conosciamo nomi di affetti e persone stimate. Gustiamo i contributi di diversi professionisti, incisori, scrittori, pittori, poeti, ma anche astronomi, teologi, matematici, linguisti, architetti. Ci pare quasi di vederli sfilare in una serie di stanze, presentarsi con il loro piccolo monologo e poi andare. Oppure il nostro è piuttosto un catturare il frammento di una conversazione da dietro una tenda, una porta socchiusa quanto basta.





Altre volte il mistero rimane ben protetto. Ecco l'album di Stephania Gerrietta Johanna Broxs, composto a metà Ottocento con il contributo di amici di famiglia, parenti. Apparentemente nient'altro da svelare.



O quello di una certa Naatje van Linde van der Hauvel, composto tra il 1816 e il 1829, che sappiamo giovane donna ma di cui conosciamo ben poco altro. Ci rimangono, è vero, le firme delle persone che composero il suo album. Leggiamo Heynis, Van Atena, Martini, Sandick, Pochussen, Pijnappel, tutte comparse dai nomi giusti (secondo il debole di Balzac), pronte per figurare nella pièce che vorremmo mettere in scena.



Un'interessante analisi, che vale come esempio, è stata condotta da una studiosa ungherese sull'album amicorum di un giovane universitario chiamato Papai Pariz Ferenc, che lo compose tra il 1711 e il 1726. Qui vengono dettagliatamente analizzati i contributi di ogni pagina, i loro autori e gli spostamenti geografici che il libro compiva con il suo proprietario. Un lavoro minuziosissimo e approfondito, immerso nei cambiamenti storici e nel disegno dei confini geografici dell'epoca (che spesso coincidevano).



Possiamo amare questi album come oggetti eccezionali e curiosi, che ci riportano ad un uso intimo e senza pretese della scrittura, del disegno e del collezionismo dilettante di piccolo formato. Credo però che quello che può spingere ad interessarsene diversamente e più acutamente, è il modo schietto, verace e a volte commovente di connetterci al fluire della vita nascosto dietro l'astrazione e la distanza della Storia. La vita di piccole società umane, composte da individui legati tra loro da rapporti stretti di parentela, amicizia, affetto, stima, diventano così d'un balzo reali e vicine.

Le immagini del post sono state tratte da siti di gallerie d'arte, librerie antiquarie e da case d'aste (Christie's fra tutte), facendo una felice passeggiata a balzelli nel web, dopo avere letto a inizio anno lo stralcio di un articolo in un giornale triestino capitatomi casualmente tra le mani. 

sabato 23 maggio 2020

Leggere ad alta voce

Il 27 maggio prossimo in Svizzera è la Giornata della lettura ad alta voce promossa dall'ISMR, l'Istituto Svizzero Media e Ragazzi.



Durante le 24 ore diversi ambasciatori ed ambasciatrici provenienti da diversi ambiti della vita pubblica leggeranno una selezione di albi illustrati. Presentatori e conduttori televisivi e radiofonici, attori e registi, ma anche scrittori, musicisti e compositori, docenti e allenatori, saranno gli interpreti di letture on-line per bambini e ragazzi.



La casa degli uccelli, l'albo su testo di Davide Calì che ho illustrato per Marameo edizioni, è nella selezione e verrà letto da Raffaella Castagnola Rossini, direttrice della Divisione cultura e studi universitari svizzeri. Appuntamento dunque il 27 maggio alle 12 nel sito dedicato all'evento per l'anteprima della lettura.

mercoledì 20 maggio 2020

Oblò


Una novità primaverile: ecco una nuova serie di monotipi, gli Oblò, piccole illustrazioni a tiratura unica montate su pass-partout di carta origami. Si possono mescolare insieme per realizzare variopinti gruppi d'immagini oppure inquadrare singolarmente. I soggetti sono tantissimi. Per conoscere tutte le varianti proposte, potete scrivere qui.

Nouveauté de printemps. Voici une nouvelle série de monotypes, les Hublots, petites illustrations à tirage unique encadrées sur papier japonais. Elles peuvent être mélangées pour créer des groupe d'images multicolores ou présentées individuellement. Les sujets sont nombreux. Pour les connaître tous, vous pouvez m'écrire ici





mercoledì 13 maggio 2020

Sky


July Thundercloud in the Val d'Aosta

Ruskin che dipinge, studia, racconta e dettaglia Le Pietre di Venezia è lo stesso che dipinge, studia, racconta e dettaglia le nuvole. Ecco come una stessa passione può passare dal duro, immutabile artificio umano, all'etereo, cangiante elemento naturale. Di nuvole ne ha ritratte tante, durante i suoi numerosi viaggi, sotto cieli ventosi, dalla luce accidentale e mutevole, sotto cieli alti di montagna o vermigli per il crepuscolo, soffocati dallo smog cittadino, gravidi di pioggia; cieli di nuvole di tutti i tipi, veloci o dense, sfilacciate, colorate, turbinanti, trasparenti o quasi solide.

Ice clouds over Coniston

Ruskin ci ha informati del perché sarebbe importante per noi osservare il cielo. In The True and the Beautiful in Nature, Art, Morals and Religion del 1859 così spiega:

The Sky is for all; bright as it is, it is not “too bright, nor good, for human nature’s daily food;” it is fitted in all its functions for the perpetual comfort and exalting of the heart, for the soothing it and purifying it from its dross and dust. Sometimes gentle, sometimes capricious, sometimes awful, never the same for two moments together; almost human in its passions, almost spiritual in its tenderness, almost divine in its infinity, its appeal to what is immortal in us, is as distinct, as its ministry of chastisement or of blessing to what is mortal is essential.

Cielo come specchio dell'essere umano? 

La mutevolezza delle nuvole non può che stuzzicare e poi esaltare chi usa l'acquerello. Lo sapeva Turner e lo sapeva Ruskin, che ricopia proprio il dettaglio del cielo svolazzante di Campo Santo, Venice del maestro.


Tra tutti i numerosissimi taccuini di Ruskin, ce n'è uno dedicato completamente al cielo e alle nuvole: Sky, notebook composto tra il 1887 e il 1889, conservato ora al Coniston Ruskin Museumnel nord dell'Inghilterra. Il soggetto della raccolta è il cielo, e le nuvole, declinati in molteplici versioni. 



Nuvola ferma sulla collina di Old Man a Coniston 

Cielo e mare

Delle note a margine ci indicano dove sono stati dipinti quei cieli, in che giorno e a che ora. Ruskin dipinge immerso nella natura, non solo osservando, ma cercando di captare contemporaneamente la sensazione della visione dentro di sé, secondo quell'imperativo "Seeing and feeling" lanciato ai propri studenti, che governa con veemenza il gesto del pittore romantico.

L'estetica del frammento, altro principio romantico, è qui sublimato da Ruskin, come se cielo e nuvole riassumessero perfettamente gli slanci e gli entusiasmi dell'animo poetico di tutta un'epoca. "Se gli artisti fossero più abituati a eseguire rapidi schizzi delle nuvole, ritraendone i contorni con la maggiore accuratezza possibile, invece di spennellare il foglio con quel che si chiamano "effetti", si accorgerebbero ben presto che nelle forme delle nuvole c'è più bellezza di quanta ne possa attingere una qualsiasi rapsodica felicità d'invenzione" così Ruskin in Modern Painters, raccolta di scritti composti tra il 1843 e il 1860.

Bisognerebbe ricominciare a disegnare dalle nuvole.



Sunset at Hern Hill through the smoke of London


L'idea del post su Sky di Ruskin mi è venuta dopo la mostra a Palazzo Ducale del 2018 Le pietre di Venezia. Le immagini dei fogli sciolti con gli acquerelli di Ruskin sui cieli e le nuvole sono tratte dal saggio della curatrice Anna Ottani Cavina, John Ruskin, "dipingere una foglia, dipingere il mondo". Le altre immagini sono prese dai siti del Coniston Museum et della Ruskin Foundation.